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L’avvocato tributarista e l’impresa – Consulenza, compliance and litigation

VI CONGRESSO NAZIONALE UNCAT

NAPOLI 13 – 14 DICEMBRE 2019

Relazione della Camera Avvocati Tributaristi provincia di Caserta

IL RUOLO DELL’AVVOCATO TRIBUTARISTA NEL PASSAGGIO GENERAZIONALE D’IMPRESA A cura di Luigi A.M. Rossi, Avvocato

Inquadrare il ruolo dell’avvocato tributarista a sostengo dell’impresa, o meglio dell’imprenditore, che deve affrontare il delicato momento del passaggio generazionale, richiede una preliminare disamina dell’attuale contesto economico di riferimento, caratterizzato da una prevalenza di realtà imprenditoriali a “conduzione familiare”, circostanza che determina come gli eventi, ineluttabili, attinenti alla vita dell’imprenditore, abbiano un diretto ed immediato riflesso sulla vita e sul futuro dell’impresa.

Nel nostro Paese, tra i più alti in Europa per numero di imprese familiari, le realtà con un fatturato superiore a 20 milioni di euro rappresentano il 65% del totale delle imprese italiane, consolidando un fatturato complessivo di oltre 730 miliardi di euro ed impiegando circa 2,4 milioni di lavoratori. Allargando la visuale alle imprese con un fatturato inferiore a 20 milioni di euro, si stima che la percentuale di imprese familiari aumenti attorno all’85%

Non solo, da uno studio condotto da Assolombarda, in collaborazione con l’Università Bocconi, e con l’Associazione Italiana Delle Aziende Familiari (AIDAF), emerge come ad oggi un imprenditore su 4 si trova nella fascia d’età tra i 65 ed i 70 anni, e che, per l’effetto, un’azienda familiare su 4 dovrà affrontare il passaggio generazionale nei prossimi 5 anni.

Lo stesso studio evidenzia la delicatezza di questo momento, laddove riporta gli esiti delle imprese che hanno affrontato il passaggio generazionale, in quanto è emerso come il 50% delle imprese sopravvive al primo passaggio generazionale, mentre solo il 15% sopravvive al secondo.

Appare evidente come il riflesso sociale di questo fenomeno può avere delle ripercussioni sensibili sull’intero sistema economico, in quanto tutti gli stakeholders che gravitano attorno alla vita dell’impresa (personale dipendente, fornitori, banche, consulenti, etc.) subiscono passivamente i riflessi di un passaggio generazionale non gestito, o gestito male.

Le famiglie imprenditoriali sono l’alveo statisticamente più importante, ed azienda e famiglia, e quindi azienda e successione, alla luce di questi dati, sono fenomeni strettamente correlati.
I contraccolpi delle vicende familiari sull’assetto aziendale possono essere tanti, perché una caratteristica tipica del tessuto imprenditoriale del nostro Paese, è che il sistema di governance societaria nella maggioranza dei casi è di tipo tradizionale (e la famiglia riveste i ruoli di proprietà, amministrazione e controllo).

Nel nord Europa, ad esempio, si predilige un sistema di tipo dualistico – che prevede una più netta distinzione tra proprietà e gestione dell’impresa – che sebbene sia stato introdotto nel nostro ordinamento, non ha trovato ampia diffusione. In quei paesi si preferisce mantenere la sola proprietà in capo alla famiglia, ed affidare il management a soggetti esterni, garantendo così che i contraccolpi sul profilo successorio degli accadimenti relativi agli aspetti familiari influiscano diversamente sugli assetti gestionali dell’azienda.

La scarsa propensione degli imprenditori italiani, che si riflette nei dati statistici evidenziati, trova la sua spiegazione in ulteriori dati emersi da un interessante studio condotto da CENSIS per conto dell’Associazione Italiana Private Banking (AIPB), dal quale emerge come:

– il 18,7% degli imprenditori, dichiara di “aver pensato alla propria successione ma senza conoscerne le conseguenze”;
– il 30,9% degli imprenditori, dichiara di “aver pensato alla propria successione e ne conosce le conseguenze;

– il 32,2 % degli imprenditori, dichiara di “aver sempre rimandato la questione”;
– il 18,2% degli imprenditori, dichiara “di non aver interesse a ciò che accadrà al momento dell’apertura della loro successione”.
Lo stesso studio, rivela che le principali difficoltà riscontrate dagli imprenditori nel gestire o affrontare il tema del passaggio generazionale, possono rivenirsi nelle seguenti ipotesi:
– il 21,8% teme di “non trovare un soggetto che possa essere un valido sostituto”;
– il 32,6% teme di “non riuscire a non scontentare nessuno dei propri eredi”;
– il 36,3% teme di “non riuscire a garantire la continuità dell’impresa”;
– il 9,3% ha delle resistenze al solo “dover pensare a quando perderà la qualifica di imprenditore”.

Questi dati, i quali forniscono senz’altro degli stimolanti ed interessanti (e forse preoccupanti) spunti di riflessione, vanno letti in combinazione con un ultimo elemento che merita di essere segalato fornito dal Consiglio Nazionale del Notariato, secondo il quale solo il 7% delle successioni in Italia sono regolate dal testamento, il che significa, per contro, che il 93% della popolazione italiana decide (o non ha il tempo per farlo) che la propria successione venga interamente affidata alle regole del codice civile, senza neanche disporre della quota c.d. “disponibile” del proprio patrimonio.

Ricapitolando, gli imprenditori italiani pur trovandosi nella condizione anagrafica di dover iniziare a gestire la propria successione, non approcciano al tema (o rimandandolo, o non curandolo), per ragioni sia culturali che emotive.
Il passaggio generazionale è un tema importante, ma è soprattutto una sfida: trasferire il controllo dell’attività nelle mani delle nuove generazioni e lasciare il proprio ruolo è uno dei momenti più difficili per un imprenditore che è stato a capo della sua azienda per anni.

Il trasferimento della proprietà e della gestione della nuova generazione può causare discussioni all’interno della famiglia e tutte le decisioni devono sempre tenere in considerazione sia gli interessi del business sia quelli della famiglia stessa.
In questo risiede, senza dubbio, la maggiore resistenza da parte di alcuni imprenditori, i quali cercano di rimandare il passaggio generazionale fino all’ultimo.

Il rischio che si corre, tuttavia, come d’altronde illustrano i dati evidenziati, è che la mancata pianificazione del futuro del proprio patrimonio, tra cui il patrimonio aziendale, possa condurre a quel fenomeno tristemente conosciuto come la c.d. deriva generazionale, che si realizza quando la proprietà del patrimonio si parcellizza in capo a più soggetti a seguito di devoluzioni di natura successoria.

Alla luce di quanto esposto, occorre chiedersi quale possa essere il ruolo dell’avvocato tributarista in questo delicato momento della vita dell’imprenditore.
Senza dubbio, il ruolo decisivo sta nell’intercettare il bisogno, spesso inconsapevole, dell’imprenditore nel gestire questa criticità, e sensibilizzare, al contempo, le famiglie imprenditoriali, che ripongono la loro fiducia nella nostra categoria, ad avviare dei ragionamenti strutturati in un’ottica successoria.

Tanto per diversi ordini di ragioni.
Mai come in questo momento storico l’Italia vanta un sistema fiscale in materia di successioni e donazioni da renderla uno dei Paesi più competitivi su scala globale. L’art. 2, comma 47, del D.L. n. 262/2006, recante “Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”, ha ripristinato l’imposta sulle successioni e donazioni sui trasferimenti di beni e diritti mortis causa, per donazione o a titolo gratuito e sulla costituzione di vincoli di destinazione, prevedendo delle aliquote particolarmente basse che variano dal 4% all’8% a seconda del grado di parentela esistente tra l’erede ed il defunto (o tra donante e donatario), applicate su importi eccedenti delle franchigie davvero generose che possono arrivare fino ad un milione di euro per ogni beneficiario.

Un semplice raffronto con la media europea consente di qualificare l’Italia tra i Paesi a fiscalità privilegiata in materia di imposte sulle successioni e donazioni:

Anche l’eventuale riforma dell’imposta in parola, con innalzamento delle aliquote ed abbassamento delle franchigie, come paventato dalla proposta di Legge del 20 gennaio 2015, n. 2830, renderebbe comunque il nostro sistema di totale favore per i contribuenti:

 

Appare quindi di solare evidenza come l’attuale contesto normativo sia particolarmente propizio per la pianificazione del patrimonio degli imprenditori, tenendo anche in debito conto che il Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni (D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346) è costellato da una serie di norme che, di fatto, rendono i trasferimenti del tutto esenti, soprattutto con riferimento alla realtà d’impresa. Giova in questa sede richiamare la disposizione di cui all’articolo 3 comma 4-ter, a mente del quale: “I trasferimenti, effettuati anche tramite i patti di famiglia di cui agli articoli 768-bis e seguenti del codice civile a favore dei discendenti e del coniuge, di aziende o rami di esse, di quote sociali e di azioni non sono soggetti all’imposta. In caso di quote sociali e azioni di soggetti di cui all’articolo 73, comma 1, lettera a), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, il beneficio spetta limitatamente alle partecipazioni mediante le quali e’ acquisito o integrato il controllo ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, numero 1), del codice civile.

Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso. Il mancato rispetto della condizione di cui al periodo precedente comporta la decadenza dal beneficio, il pagamento

dell’imposta in misura ordinaria, della sanzione amministrativa prevista dall’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, e degli interessi di mora decorrenti dalla data in cui l’imposta medesima avrebbe dovuto essere pagata”.
Non sfuggirà come anche un aggravio delle imposte sarebbe del tutto irrilevante ai fini del trasferimento di un’impresa familiare, in quanto tale disposizione, che mira per l’appunto a favorire il passaggio generazionale, ne determinerebbe comunque l’esenzione da imposta.

È evidente, quindi, come un progetto di pianificazione patrimoniale ben strutturato possa consentire all’imprenditore non solo di beneficiare di importanti vantaggi fiscali, ma al contempo di evitare che la successione in azienda dei figli non sia conseguenza di un evento traumatico ed improvviso.

I sistemi di governance e le strutture societarie che possono favorire l’efficientamento del carico fiscale, e che vanno individuati quando l’imprenditore è ancora attivo e pronto ad accompagnare la generazione successiva al subentro nel percorso imprenditoriale, non possono che trovare il loro supporto in chi è attento conoscitore ed interprete sia delle norme civilistiche che delle norme fiscali.

Ne costituisce una prova l’importante numero di istanze di interpello formulate nell’ultimo anno, con i quali è stato richiesto all’Amministrazione finanziaria un parere relativo alla conformità fiscale di articolate operazioni societarie finalizzate proprio al passaggio generazionale di impresa ed alla cessione agli eredi di partecipazioni sociali (cfr. Risposta ad interpello n. 30 del 8.10.18, in tema di Holding mista di partecipazione; Risposta ad interpello n. 147 del 20.05.19, in tema di conferimento congiunto dei diritti di usufrutto e nuda proprietà; Risposta ad interpello n. 148 del 20.05.19, in tema di valutazione anti-abuso di un’operazione attuata attraverso uno scambio di partecipazioni mediante conferimento, scissione totale ed un ulteriore scambio di partecipazioni mediante conferimento; Risposta ad interpello n. 450 del 2019 in tema di scambio di partecipazioni mediante conferimento art. 177, c. 2, T.u.i.r., seguito dalla stipula di un patto di famiglia art. 3, c. 4-ter del T.U.S.).

La complessità delle operazioni potenzialmente attuabili per affrontare il passaggio generazionale d’impresa, ed i diversi risvolti di tali operazioni sul profilo civilistico e fiscale, impongono il coinvolgimento diretto dell’avvocato tributarista quale controparte qualificata nel dialogo con l’Amministrazione, a supporto delle scelte del contribuente imprenditore.

Più che mai, come ampiamente evidenziato, il momento storico è propizio per affrontare questa tematica e sensibilizzare la categoria degli imprenditori ad essere lungimiranti nelle scelte future, scelte che esulano da quelle puramente legate al business specifico dell’impresa, ma che coinvolgono la sfera familiare e personale.

Nei prossimi 5-10 anni si stima che a livello globale si registrerà un trasferimento di ricchezza intergenerazionale mai osservato prima: entro il 2030 a livello globale verranno trasferiti 15,4 miliardi di dollari, 3,2, dei quali solo in Europa (Fonte: Wealth-X, a generational shift: family wealth transfer report 2019).

Il ruolo dell’avvocato tributarista, quindi, è quello di dover abbracciare la sfida, già attuale, di porsi non solo come baluardo dell’esercizio al diritto di difesa e della equa contribuzione, bensì anche a sostegno della iniziativa economica privata, di cui può efficacemente sostenere la continuità a vantaggio sia della collettività che dell’intero sistema economico.

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